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La simbologia della zucca e le sue leggende
 
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“Domieddio fa ben quel ch’Egli fa.
E se tu vuoi le prove
di questa verità,
senza andare a cercarle per il mondo,
potrai trovarle d'una zucca in fondo.”

Jean de La Fontaine, La Ghianda e La Zucca

Compare negli orti e nei campi quando la campagna entra nel periodo dell’anno dedicato a una mistica preparazione al riposo. I ritmi rallentano, la quantità dei frutti offerti diminuisce, ma tra nebbie e foschie, tra umidità mattutina e pomeriggi ancora caldi che progressivamente si abbreviano e si rinfrescano, prima che cavoli, verze e broccoli raggiungano il culmine della stagionalità, la zucca rallegra le prime brume con i suoi colori vitali.

La cucurbitacea è presente in miti, leggende e culti di tutto il mondo. Oggi, nell’immaginario collettivo, è principalmente associata alla festa di Halloween, dibattuta e avversata per le sue apparenti origini statunitensi e per il fatto di essere occasione di sfruttamento commerciale (come tutte le ricorrenze, NdA).

Questa antica festa che cade in una notte caratterizzata dall’assottigliamento del diaframma che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti, in realtà è di provenienza europea (Irlandese per la precisione) e manifesta, nella sua essenza storica e simbolica, la zucca intesa come metafora della resurrezione dopo la morte, del continuum.

I numerosi semi della zucca, in questo specifico caso, rappresentano la rinascita e la rigenerazione: il seme di qualsiasi frutto è per antonomasia il veicolo attraverso il quale il fiore trasformato e il frutto caduto affidano alla terra il DNA della pianta, permettendone, attraverso un nuovo ciclo vitale, la “resurrezione”.

   

La tradizione di svuotare, intagliare e illuminare le zucche, risale all’Irlanda del ‘700, periodo durante il quale anche in Scozia e Inghilterra era attiva la medesima pratica, ed è legata al mito di Stingy Jack.

In origine ad essere intagliate erano rape, patate e barbabietole.

Una grande carestia risalente al 1845 obbligò molti irlandesi a emigrare nel continente americano dove, in luogo delle rape, abbondavano le zucche, subito adottate come sostitutivo per la perpetrazione della tradizione.

Secondo la leggenda irlandese, Stingy Jack era un avaro ubriacone che una sera, in un pub, si imbatté nel Diavolo.

Jack invitò quest’ultimo a bere assieme a lui ma non volendo pagare di tasca propria, chiese al demonio di tramutarsi in moneta.

Il principe delle tenebre lo accontentò: Jack si cacciò la moneta in tasca all’interno della quale teneva un crocifisso d’argento.

Non potendo il Diavolo tornare alla sua forma originale per via del crocifisso, strinse un patto con Jack, promettendo che non lo avrebbe importunato per un anno e che, in caso egli fosse morto, non avrebbe reclamato la sua anima di dissoluto peccatore.

Passato un anno, Jack incontrò nuovamente il demonio che convinse a salire su un albero per raccogliere un frutto.

Intagliata una croce sul tronco, gabbò nuovamente il suo avversario che non poteva scendere dalla pianta e che barattò la sua libertà assicurando a Jack che non lo avrebbe disturbato per dieci anni e confermandogli che non avrebbe nemmeno reclamato la sua anima in caso di trapasso.

Il trapasso avvenne: Jack, rifiutato dal Paradiso per via della sua vita improba, bussò alle porte dell’inferno.

Il Diavolo, non potendo reclamarne l’anima, cacciò Jack condannandolo a vagare nell’oscurità, dopo avergli gettato addosso un tizzone ardente (simbolo della dannazione eterna perché eterna

sarebbe stata la sua luce, in quanto di origine infernale), che il protagonista mise all’interno di una rapa intagliata che più tardi, quando la leggenda si diffuse in America, divenne una zucca.

Oggi le Jack O’ Lantern che sono esposte fuori dalle case e che sono il simbolo antonomastico di Halloween fungono da monito per l’anima errante di Jack e stanno a significare che la casa che le espone non è posto per lui.

Anche l’Italia è caratterizzata da rituali che prevedono l’intaglio delle zucche.

A tal proposito è emblematica la Festa di San Martino che cade l’11 novembre.

In alcuni paesi abruzzesi è usanza che gruppi di giovani girino per le strade con rumorosi agglomerati di tamburi, campanacci, pentole e con lanterne ricavate da zucche con lo scopo di attirare l’attenzione della gente che è chiamata a donare generi alimentari per onorare il Santo.

Anche in altre aree della Nazione si praticano rituali simili che prevedono l’utilizzo di zucche illuminate che simboleggiano l’inizio del ciclo invernale.

La Comunità Montana dell’Alto Vastese, sul sito web vastospa.it ci informa che: “Riguardo le candele accese all'interno della zucca dobbiamo spostarci ad Atessa. Un antico codice dal titolo Origo fundationis Athyssae sembra riporti che San Martino si ritirò in eremitaggio in una grotta presso La Maiella e che prima di abbandonare Atessa comandò al popolo di celebrarlo portando nella sua grotta una torcia. Di qui possiamo desumere che le candele accese nella simbolica "caverna" scavata nella zucca potrebbero rappresentare un richiamo alla tradizione originaria Atessana dell'accensione del cero nella dimora del Santo Eremita. Qualcun altro afferma che l'accensione dei fuochi nelle caverne deriva da usanze rituali di cerimonie primitive. Suonare i campanacci e trascinare "Stagnarole" per le strade del paese è una tradizione riscontrabile anche in altri popoli del nord-europa. E' facile che con il tempo si sia miscelato il sacro con la superstizione e che nella festa di San Martino le scampanate siano poi state introdotte per scacciare dal paese gli spiriti maligni.”

   

E ancora: “In molti luoghi (soprattutto nel centro-sud) l’11 novembre è considerata la ricorrenza della festa dei cornuti. Non risulta ben chiaro cosa c’entra San Martino, e per quale motivo è diventato in Italia nella tradizione/superstizione popolare il protettore dei “cornificati”. Bisogna innanzitutto indagare per quale motivo viene utilizzata la zucca quale simbolo dell’adulterio e quale valore culturale e simbolico possiede la zucca. Apparentemente sembra non ci sia alcuna connessione. Però c'è da dire che il termine dialettale Cucuccia (chechoccia) (in frainese chechaucc') deriva molto probabilmente da cucutia da cui cucurbitatio. Cucurbita è tradotta «in infamis adulterio», cioè "persona disonorata dall'adulterio". Si può dire quindi che, nella cultura medievale, alla zucca fu attribuito un preciso significato acquisendo un forte valore simbolico. Presumibilmente le leggende popolari hanno poi portato ad una deriva culturale che, in modo più pagano che cristiano, ha accostato San Martino alle corna ed all'adulterio e di lì la probabile nascita di quella più nota narrante che San Martino l'Eremita portava in giro a spalla la propria sorella per evitare che questa avesse rapporti con fidanzato; ma la sorella, con la scusa di dover provvedere a un urgente bisogno fisiologico, riuscì a farsi mettere a terra dal fratello e, recatasi dietro una siepe, si accoppiò con il fidanzato che lì l'attendeva. Riprese in seguito la sorella sulle spalle e continuandola a portare in tal modo, percepì l'aumento di peso e realizzò ciò che i temerari amanti avevano combinato sotto il suo naso.”

Le attinenze tra le zucche e la morte sono presenti anche nel Ramo d’Oro, opera di James Frazer, antropologo e storico delle religioni che descrisse i riti voodoo nei quali l’anima di un vivente poteva essere intrappolata in una zucca ed “eliminata” nel momento il cui l’ortaggio fosse stato mangiato da terzi.

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Strizzare la zucca contenente l’anima, secondo la medesima cultura, servirebbe a ottenere informazioni preziose.

La zucca è anche simbolo di fecondità sin dalla più remota antichità, quando presso numerose culture si venerava la Dea Madre, probabilmente associata alla zucca per via del gran numero di semi che contiene.

È centroamericano, invece, il mito di Iaia che seppellì il figlio morto in un’enorme zucca ai piedi di una montagna.

Scoperchiata la cucurbitacea per piangere il figlio, non trovò il cadavere, ma acqua nella quale nuotavano cetacei e pesci.

Diffusasi e ingigantitasi la notizia della zucca prodigiosa, quattro fratelli decisero di impadronirsene: sorpresi da Iaia, fecero cadere il bottino che si ruppe in tanti pezzi e inondò la terra dando origine ai mari e agli oceani.

In Indocina permane una leggenda secondo la quale soltanto un uomo e una donna si salvarono da un diluvio. La seconda partorì una zucca dai cui semi, sparsi sulla terra, ebbero origine le diverse etnie.

Un’affabulazione simile è di origine indiana: Sumati, la sposa de re Ayodhya partorì una zucca dalla quale uscirono sessantamila bambini.

In questi due racconti tradizionali è evidente che la zucca è allegoria del ventre femminile gravido che dà origine alla vita.

Presso alcuni antichi culti ellenici la zucca era sinonimo di fertilità, sia muliebre (i numerosi semi e la forma panciuta riconducono alla procreazione), sia fallica (si pensi alle zucche allungate e al mito di Priapo, divinità preposta a dominare l'istinto, la forza sessuale maschile e la fertilità della natura.

Il suo culto è attinente alla protezione delle greggi, dei pesci, delle api, degli orti.

Nel Carme Priapei -Carme LXIII-, Priapo si autodefinisce colui che è invocato “come custode ligneio delle zucche”, menzionate anche in altri passi).

In Giappone e in diverse aree dell’Africa è probabilmente l’attinenza con la fecondità che rende i semi della zucca protagonisti di leggende tra loro simili che ne fanno un elemento prodigioso.

In alcune zone d’Europa tra le quali l’Italia, la cultura popolare attribuisce alla zucca una connotazione negativa.

L’ortaggio diviene simbolo del cranio umano: le zucche anticamente erano usate per contenere il sale: da questo fatto pare derivare il detto “Avere poco sale in zucca”.

I modi di dire “Essere una zucca vuota” o “Essere uno zuccone”, invece, sembrano derivare dal fatto che, nonostante le considerevoli dimensioni, la zucca non ha un elevato potere nutritivo in termini calorici.

Sempre in Europa, la zucca che appassisce rapidamente diviene simbolo della caducità della vita e della felicità effimera.

Testimonia a tal proposito un’allegoria che rappresenta una donna vestita di bianco e giallo, con il capo cinto da una corona d’oro adornata di pietre preziose e uno scettro tenuto in una mano il cui braccio è avvolto dalle foglie di una zucca nata dal terreno ai suoi piedi.

La stessa funzione rappresentativa avrebbe la zucca appesa al soffitto nella cella di San Girolamo illustrata da Albrecht Durer.

L’allegria caduca è invece rappresentata da una donna che in mano regge una zucca e una nottola, associata al “volo nel buio”, allegoria dell’inutilità e della vacuità.

Nella cultura cristiana la cucurbitacea diventa emblema dei pellegrini (la zucca svuotata era utilizzata per trasportare acqua, sale e vino): San Giacomo Maggiore che predicò in Giudea e Smaria, l’arcangelo Raffaele, compagno di viaggio di Tobia e San Giuseppe durante la fuga in Egitto, sono stati rappresentati con una zucca avente funzione di borraccia. Gesù stesso, in alcune rappresentazioni del viaggio verso Emmaus, porta con sé un oggetto simile.

La cucurbitacea compare, infine, in fiabe e favole. Jean de La Fontaine fa della zucca un elemento chiave della fiaba La Ghianda e La Zucca (vedi citazione in apertura), Sora Zucca è una dei protagonisti de Le Avventure di Cipollino, romanzo di Gianni Rodari; la zucca è il celeberrimo mezzo di trasporto della Cenerentola di Charles Perrault ed è presente ne L’Elogio della Zucca, scritto da Gina Lagorio (vedi pagina 6).

Un’interessante curiosità: le varietà di cucurbitacea conosciute nella prima metà del ‘500 a seguito, presumibilmente, del secondo viaggio di Cristoforo Colombo in America, sono rappresentate negli affreschi realizzati da Giovanni Martini da Udine a Villa Farnesina, Roma.

Si tratta di un vero e proprio atlante botanico in forma di opera d’arte.

   
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Ed ecco la nostra ricetta con la zucca!

Crostata di zucca e mela con brisée dolce all'olio

ricetta di Paola "Slelly" Uberti, fondatrice di LIBRICETTE.eu

 
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Ingredienti per due teglie con diametro 20 cm

Per la pasta brisée:

320 grammi di farina 00

100 grammi di olio extravergine di oliva

90 grammi di acqua freddissima

60 grammi di zucchero di canna

Un pizzico di sale fino

Per la farcitura:

500 grammi di polpa di zucca mantovana

80 grammi di zucchero di canna

2 uova medie

1 mela red delicious di circa 300 grammi

1 cucchiaino di cannella in polvere

Il succo e la scorza grattugiata di mezzo limone non trattato

Per rifinire:

Zucchero a velo q.b

 

Procedimento

Preparo la pasta brisée mescolando zucchero, farina e sale in una ciotola. Unisco l'olio e lavoro velocemente con la punta delle dita fino a ottenere un composto sbriciolato.

Aggiungo l'acqua freddissima e lavoro fino a quando la pasta si compatta e permette di formare una palla (la pasta deve essere manipolata il meno possibile; la quantità di acqua può variare in funzione del grado di assorbimento della farina: nel mio caso sono stati necessari 90 millilitri di liquido).

Appiattisco la pasta, la fodero con pellicola da cucina e la lascio riposare in freezer per almeno 30 minuti.

Nel frattempo taglio la polpa di zucca a cubetti di circa 1,5 cm di lato e sistemo questi ultimi in una grande padella assieme a cannella, succo e scorza del limone e zucchero.

Aggiungo mezzo bicchiere di acqua, mescolo e cuocio a padella coperta e a fiamma dolce per circa 15 minuti o fino a quando la zucca è molto morbida e il liquido consumato (se necessario, aggiungo poca acqua durante la cottura). Metto da parte e lascio raffreddare completamente.

Riscaldo il forno a 220°C in modalità statica.

Una volta raffreddata, trasferisco la zucca in una capace ciotola e la schiaccio con una forchetta fino a ottenere una purea omogenea. Elimino il torsolo dalla mela e la grattugio nella ciotola (se il frutto è di provenienza sicura, uso anche la buccia). Unisco lo zucchero e le uova e mescolo.

Trascorso il tempo di riposo, peso la pasta brisée e la divido in due porzioni. Stendo le stesse su due fogli di carta da forno allo spessore di circa 3 mm, in forma circolare.

Trasferisco carta e pasta in due teglie rotonde a bordi bassi con diametro 20 cm. Faccio aderire la pasta al fondo e ai bordi della teglia e ne elimino l'eccesso. Bucherello in numerosi punti il fondo con i rebbi di una forchetta.

Suddivido la farcia nei gusci di pasta e batto le teglie sul piano di lavoro per livellare.

Cuocio in forno a 220°C per 40 minuti o fino a quando la pasta è leggermente dorata e la farcia rassodata.

Estraggo dal forno e lascio intiepidire nella teglia per poi trasferire le torte su una griglia per dolci e completare il raffreddamento.

Cospargo di zucchero a velo setacciato e servo.

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